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Italia, destinato all’estero il 19% delle vendite online

Con un export di beni di consumo di 9,2 miliardi di euro l’Italia rappresenta ancora solo una goccia dell’e-commerce mondiale. Ma qualche (parziale) segnale di miglioramento si inizia a vedere. Il primo Rapporto Ice-Politecnico di Milano sul commercio digitale descrive un ritardo frutto di caratteristiche strutturali, come l’alto numero di piccole aziende sul totale e un uso di internet inferiore ad altri Paesi, ma tiene conto anche di alcune specificità positive del sistema Italia.

Ad esempio, l’Italia è il Paese nel quale la quota di export sul totale di vendite online pesa di più (19%, rispetto al 10% della Germania e al 6% della Francia). Vuol dire che le nostre imprese si affacciano con difficoltà al mercato digitale ma quando lo fanno puntano con più decisione sull’internazionalizzazione. Il prossimo passo è aggredire i mercati con le più alte potenzialità come Medio Oriente e Sud Est Asiatico, oltre alle destinazioni più “scontate” come Cina e Usa.

L’export digitale cresce del 17%

Il mercato mondiale dell’e-commerce B2C (business to consumer) nel 2017 ha coinvolto 1,5 miliardi di consumatori per un valore di oltre 2mila miliardi di euro, di cui 750 riconducibili alla sola Cina, 550 agli Stati Uniti e 500 all’Europa. L’Italia ha una piccola fetta, 23,6 miliardi, in crescita però del 17% rispetto al 2016. Anche il numero di acquirenti online è aumentato: 22 milioni di italiani hanno infatti effettuato almeno un acquisto via internet nell’ultimo anno, il 10% in più. Se restringiamo il campo al “cross border e-commerce”, cioè al commercio digitale verso Paesi stranieri, – quindi export – scendiamo a 9,2 miliardi nel 2017 (vendite di beni di consumo). Un dato comunque in crescita: eravamo a 6 miliardi nel 2015 e 7,5 nel 2016. Prevale il cosiddetto export indiretto, cioè la vendita effettuata da un’impresa italiana tramite un intermediario online con ragione sociale non italiana, per esempio retailer o marketplace: 6,9 miliardi pari al 75% di tutto l’export digitale. Quanto ai settori, sommando export diretto ed indiretto, è l’abbigliamento a pesare di più (66% del totale), seguito dall’alimentare (15%) e l’arredamento (7 per cento).

I numeri salgono in modo visibile se si esamina invece il B2B (business to business): in questo segmento il valore delle vendite online in Italia è di 310 miliardi, di cui 130 miliardi esportati.

Il profilo di chi esporta

Gli incrementi percentuali vanno sempre letti con cautela. A maggior ragione quando si esamina in profondità il modo di operare delle imprese che esportano. Secondo un’indagine a campione effettuata dal Politecnico di Milano, in particolare su abbigliamento, alimentare, arredamento, l’80% esporta almeno il 10% del fatturato annuo. Ma il 43% vende all’estero esclusivamente attraverso canali tradizionali, il 35% usa sia canali online che offline per esportare e appena il 2% vende all’estero solo online. Inoltre, tra le aziende che esportano, la maggior parte lo fa da non più di due anni. C’è da compiere ancora un salto culturale. Solo uno su cinque degli esportatori intervistati ha un magazzino nel mercato di destinazione, solo uno su quattro fa ricorso a finanziamenti esterni (pubblici o privati) per progetti “export oriented” e restano una netta minoranza quelli che hanno assunto un manager che si occupasse ella digitalizzazione delle vendite.

I mercati di sbocco per l’online

L’Ice sta provando a spingere le piccole imprese verso i canali digitali attraverso accordi con i grandi marketplace, tra i quali YOOX ed Alibaba. Ma resta un problema di direzione di marcia. Per le nostre esportazioni digitali i principali mercati di sbocco restano quelli occidentali, a partire dall’Europa, mentre resta marginale l’attività verso mete emergenti.

L’obiettivo numero uno è la Cina, primo mercato mondiale con 752 miliardi di euro di transazioni e-commerce BtoC, pari al 32% del valore mondiale. Gli Usa sono un mercato consolidato che però continua a crescere (+12%), a quota 546 miliardi. L’e-commerce pesa per il 13% sul totale retail statunitense, ma si prevede che possa aumentare fino al 17% entro il 2022.

Poi, gli sbocchi nuovi su cui puntare. A partire dai Paesi del Golfo, con un e-commerce di 5 miliardi di dollari (dato 2016) destinato a raddoppiare entro il 2019. Le potenzialità di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar hanno spinto Amazon nel 2017 ad acquisire il principale operatore e-commerce dell’area, Souq.com. Sempre più promettente anche il Sud-Est asiatico: vendite online previste in crescita da 14 miliardi di dollari a 20 miliardi in tre anni. Seicento milioni di abitanti, di cui più della metà sotto i 30 anni e residenti nelle aree urbane, rappresentano un serbatoio ideale per le vendite online.

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